Visualizzazione post con etichetta Friuli Venezia Giulia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Friuli Venezia Giulia. Mostra tutti i post

venerdì 19 settembre 2025

Uno straordinario viaggio nelle parole della Generazione Alpha

Da un progetto di Fondazione Pordenonelegge.it con Fondazione Treccani Cultura, è nato il Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi: l’atlante affettivo degli 11-14enni del nostro tempo che hanno scelto le parole più importanti, più urgenti, più curiose, per raccontarsi.

Se volete saperne di più su questo speciale dizionario (ormai alla sua terza edizione) potete visitare il sito di Pordenonelegge e scaricarlo!

venerdì 13 ottobre 2023

12 ottobre 2023: le Terze della "Fogazzaro" in visita al Vajont

Ieri siamo andati in visita d'istruzione alla diga del Vajont. 

Lì ci siamo arrivati a piedi, accompagnati da due guide alpine esperte, Fabiano e Franco, che ci hanno fatto attraversare alcune delle zone colpite dall'onda creata dalla frana, sessant'anni fa.

Partendo da Erto, abbiamo attraversato Forcai e Casso, proseguito per il sentiero di Sant'Antoni e una volta arrivati alla diga ne abbiamo percorso il coronamento. 

Nel tragitto abbiamo avuto modo di parlare con alcune persone del luogo, a cui abbiamo "fatto dono" di un opuscolo con nostre riflessioni sulla tragedia che ha colpito la loro terra. 

Qualcuno tra loro ha generosamente condiviso il suo racconto di quel terribile 9 OTTOBRE 1963, tra rabbia e commozione. 

Noi saremo memoria, voce ed eco di quella narrazione!



mercoledì 10 febbraio 2021

Giorno del ricordo a Trieste

Oggi, 10 febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo, "siamo andati " a Trieste.
Attraverso filmati, testimonianze, racconti e visite guidate al Monumento Nazionale di Basovizza e al Magazzino 18, abbiamo conosciuto un po' meglio la triste storia dell’esodo degli istriani, giuliani e dalmati.
Per saperne di più cliccate sulla foto.





mercoledì 22 aprile 2020

Mattina" e "Fratelli" di Giuseppe Ungaretti


MATTINA
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

M'illumino
d'immenso

(dalla raccolta l’Allegria)


Il chiarore di un'alba illumina un giorno di guerra e invade l'animo del poeta atterrito dalla guerra, che porta con sé soltanto distruzione, lutto e paura della morte. Questa lirica, in apparenza molto semplice, racchiude in sé le caratteristiche principali della poesia ermetica: la brevità della composizione e del verso, l'uso di figure retoriche capaci di sintetizzare grandi concetti nello spazio di poche parole, l'emergere di tematiche autobiografiche e intimistiche che lasciano trasparire gli stati d'animo del poeta, la rottura delle forme metriche tradizionali.



FRATELLI
Mariano, il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
 fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

(dalla raccolta l’Allegria)


In una forma essenziale, privata di qualsiasi elemento superfluo (primo fra tutti la punteggiatura), Ungaretti esprime i propri stati d'animo e il proprio punto di vista sulla guerra: violenza, orrore, paura e dolore, che mettono l'uomo di fronte alla consapevolezza della sua fragilità e all'immagine così vicina e presente della morte. In questo scenario desolante, l'individuo riscopre la solidarietà umana, che ha origine in quel sentimento di fratellanza che accomuna tutti gli uomini, rendendoli uguali e uniti a prescindere dall'appartenenza a una trincea, a un esercito, a un Paese.




Poesia: "San Martino del Carso" di Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916

(dalla sezione Il Porto sepolto della raccolta l’Allegria)


Dalla visione realistica di un paese distrutto dalla guerra, il poeta passa alla riflessione sulla fine di persone che gli erano care.
Il «cuore» del poeta diventa sia il cimitero posto a testimonianza dei valori andati perduti, sia il luogo più sconvolto dalla distruzione stessa.
Da un lato c’è il consueto corrispondersi tra paesaggio e interiorità; dall'altro l’interiorità del poeta assume su di sé il compito di restituire alla distruzione una disperata armonia, quasi raccogliendo l’eredità di tutte le assenze.




Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti, figlio di genitori toscani, nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto, dove trascorre gli anni della giovinezza. Nel 1912 si reca a Parigi, dove entra in contatto con l'ambiente culturale internazionale e conosce, tra gli altri, il pittore cubista Picasso e il poeta futurista Marinetti. Nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, decide di arruolarsi volontario e combatte come fante sul Carso. L'esperienza della guerra, a cui aveva aderito con tanto entusiasmo, lo segna profondamente, ispirandogli le più belle poesie delle sue raccolte. Ungaretti muore a Milano nel 1970.


Dopo aver combattuto sul  Carso e aver visto spegnersi tante giovani vite, Ungaretti comprende che la guerra è molto diversa da come l'aveva immaginata: non gloria, eroismo, coraggio, ma violenza, patimenti d'ogni genere e paura.
E' proprio in questo periodo che maturano i temi della sua poesia:
- l'orrore per la guerra che fa a brandelli case, città e, soprattutto, l'animo umano;
-il sentimento di fratellanza che unisce tutti gli uomini, a prescindere dalla divisa che indossano;
- la fragilità degli uomini e la solidarietà che dovrebbe regnare tra loro, se solo non fossero accecati dagli odi e dalla violenza.

lunedì 9 marzo 2020

Italo Svevo e "La coscienza di Zeno"

Hector Schmitz nasce, nel 1861, a Trieste, quando la città fa parte ancora dell'Impero austo-ungarico. Di padre austriaco e madre italiana, lo scrittore sceglie lo pseudonimo di Italo Svevo, che sintetizza la sua doppia identità culturale. Affacciata sull'Europa, crocevia di lingue e culture diverse, Trieste è una città di confine viva e aperta alle più moderne tendenze letterarie, filosofiche e scientifiche. Svevo, dopo aver studiato in Germania, torna a Trieste dove trova impiego in banca ma, al tempo stesso, inizia a frequentare scrittori italiani ed europei e si interessa alle teorie di Sigmund Freud, padre della psicanalisi. Nello stesso periodo, Svevo inizia a scrivere, ma i primi insuccessi e la necessità di dedicarsi all'azienda del suocero, che dopo il matrimonio gli è stata affidata, lo allontanano per lungo tempo dalla letteratura. 
Il successo per Svevo arriva tardi, nel 1923, quando ha più di sessant'anni, grazie a quello che ancora oggi è considerato il suo romanzo più riuscito, La coscienza di Zeno: racconto autobiografico in cui il protagonista, Zeno Cosini, su consiglio dello psicanalista, scava dentro di sé, dando libero corso al fluire dei suoi ricordi, per capire le cause del suo disagio esistenziale. 
Cinque anni dopo, nel 1928, Svevo muore in un incidente d'auto.



La coscienza di Zeno viene accolto dai contemporanei come un romanzo molto innovativo, sia per la struttura che per i contenuti:
-la storia non viene raccontata cronologicamente, dall'inizio alla fine, ma secondo l'ordine in cui i ricordi si presentano alla mente del protagonista;
-il racconto prosegue per episodi, immagini che si presentano alla mente del narratore come "flusso di coscienza" cioè una libera esposizione dei pensieri, così come compaiono nella mente.

venerdì 7 febbraio 2020

Emergenza profughi dell'esodo istriano-fiumano-dalmata


In Italia l'emergenza profughi (circa 283.000 persone) viene superata nel corso degli anni cinquanta. Il governo assume numerosi provvedimenti a favore degli esuli. Fra questi, un imponente piano di costruzioni la cui realizzazione viene affidata principalmente all'Opera per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati. Vengono così realizzati più di 7000 alloggi popolari distribuiti in 39 province, oltre a convitti e case di riposo.
In alcune città vengono costruiti veri e propri quartieri destinati agli esuli (Roma, Alessandria, Torino, Bari, Carpi...) che offrono finalmente un alloggio dignitoso a chi prima era ospitato nei campi profughi. Inoltre, i nuovi quartieri consentono agli istriani di rimanere vicini e di conservare meglio la loro identità.
Soprattutto, il "miracolo economico", che si manifesta fra gli anni cinquanta e sessanta, offre agli esuli nuove opportunità di lavoro e prospettive di vita, facilitandone l'integrazione. Sotto il profilo sociale, questa avviene abbastanza rapidamente, mentre rimane viva la ferita della memoria.



mercoledì 5 febbraio 2020

Il confine orientale italiano dal 1941 al 1954


Nel 1941, dopo l'attacco tedesco, italiano e bulgaro alla Jugoslavia, il confine orientale italiano si espande fino a comprendere la Slovenia meridionale, l'entroterra di Fiume e la Dalmazia. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il crollo del nuovo confine imperiale travolge anche le terre annesse dopo la Grande Guerra. I tedeschi raccolgono tutte le province a cavallo della frontiera in una Zona di Operazioni Litorale Adriatico.
Nel maggio 1945 la maggior parte della Venezia Giulia, con tutta l'Istria, viene sottoposta all'occupazione jugoslava. Il Trattato di pace assegna alla Jugoslavia Zara, Fiume e quasi tutta l'Istria. La parte nord-occidentale della penisola dovrebbe entrare a far parte del Territorio Libero di Trieste, ma rimane invece sotto occupazione jugoslava. 
Il Trattato di Pace prevedeva il diritto, per gli abitanti di madrelingua italiana dei territori passati sotto la sovranità jugoslava, di optare per la cittadinanza italiana e di trasferirsi in Italia con i loro beni mobili.
Tra il 1948 e il 1951 quasi tutti optarono per l'Italia. Le ragioni erano sia economiche che politiche.
Il regime distingueva tra italiani "onesti e buoni", cioè disposti a mobilitarsi in favore della Jugoslavia e del comunismo, e "residui del fascismo", cioè tutti gli altri. Questi ultimi subivano angherie di ogni sorta, vedevano negati valori e costumi e impedita ogni espressione di italianità. Di conseguenza, le comunità italiane si convinsero che nella Jugoslavia comunista mantenere la loro identità era impossibile e scelsero il rischio dell'esodo.
Capitò, in massa, prima a Pola poi agli abitanti della Zona B, del previsto, ma mai costituito, Territorio Libero di Trieste.
Il Memorandum di Londra del 1954 assegnò di fatto Trieste all'Italia e il resto (Zona B) alla Jugoslavia.

martedì 4 febbraio 2020

Cosa sono le foibe?



Le foibe sono inghiottitoi naturali tipici dei terreni carsici, che sono stati utilizzati per far scomparire i corpi di parte delle vittime delle stragi di italiani compiute nella Venezia Giulia nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945. Di solito però il termine viene usato nel suo significato simbolico, come sinonimo di quelle stragi.
Nel 1943 l'epicentro delle stragi è l'Istria, nel 1945 Trieste e Gorizia, in misura minore Pola e Fiume. In entrambi i casi il territorio è occupato dal movimento di liberazione jugoslavo o dalle autorità del nuovo stato comunista jugoslavo, responsabili delle violenze.
Sia nel 1943 che nel 1945 i partigiani jugoslavi estendono alla Venezia Giulia le pratiche di lotta già sperimentate nel corso della guerra di liberazione jugoslava, che è anche guerra civile e rivoluzione. Ovunque vengono creati i "poteri popolari" e si procede all'"epurazione dei nemici del popolo". Come tali vengono considerati quanti rappresentano i potere italiano: quadri del partito fascista, esponenti delle istituzioni, notabili, professionisti, figure eminenti delle comunità italiane, ma anche familiari dei ricercati e vittime di rancori personali.
In Istria, nel 1943 gli arrestati vengono concentrati in alcune località, sottoposti a giudizio sommario, in genere condannati a morte e poi fucilati collettivamente, spesso sull'orlo delle voragini. I corpi vengono precipitati nelle cavità naturali (foibe) o artificiali (miniere) oppure anche dispersi in mare. 
Nel 1945 l'elenco dei "nemici del popolo" si estende ancora, fino a comprendere sia chi ha collaborato con i tedeschi, sia gli esponenti dei comitati di liberazione italiani, che hanno combattuto contro i tedeschi ma sono contrari all'annessione della regione alla Jugoslavia, sia anche gli esponenti del movimento autonomista fiumano, antifascista e antiannessionista.
In tutta la Venezia Giulia gli arrestati sono più di 10.000. Alcuni vengono uccisi subito, altri inviati nei campi di prigionia, dove la mortalità è altissima. Alcune migliaia non fanno ritorno.

Per capirne un po' di più consigliamo la visita al Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste

giovedì 7 febbraio 2019

Art. 1. della Legge 30 marzo 2004, n. 92

   
 1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
    2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero.
[...]
Parlamento Italiano

Le tre fasi delle foibe



«Quando si parla di foibe, si tende a generalizzare il fenomeno. Un fenomeno che può essere invece distinto in tre fasi. Ci furono i fucilati. Ci furono i deportati in campi di concentramento, dove rimasero anche a lungo, morendo di stenti, sevizie, malattie. Infine ci furono gli infoibati. Questi ultimi in linea di massima venivano spintonati a calci e pugni fino all'orlo della cavità. Avevano i polsi legati col fil di ferro. Spesso erano messi a due a due. Così si sparava al primo, che precipitava nella foiba, portandosi appresso quello vivo. La foiba era fonda decine, anche centinaia di metri. Potevano morire, i vivi, dopo lunga agonia. Testimonianze riferiscono di urla, di strazianti richieste di aiuto che arrivavano dal ventre della terra anche uno, due giorni dopo gli eccidi.»
Guido Rumici

Guido Rumici è uno storico, scrittore, accademico e giornalista italiano. Studioso della storia del confine orientale italiano ed esperto di storia della Venezia Giulia e della Dalmazia, Rumici è autore di numerosi saggi sull'argomento, cui ha dedicato più di un decennio di ricerche e documentazione.

Consiglio di lettura: "Perché la notte" di Lorella Rotondi e Daria Palotti



Una bimba senza nome è la protagonista di Perché la notte, un albo per ragazzi e adulti che scuote l’anima. 
A "parlare" è una bimba alla quale la notte ruba tanto: i suoi peluche, i libri della buonanotte, la casa, gli zii, la madre, l’appartenenza ad una terra. Ma le ruberà proprio tutto? E che cos'è questa notte?
Pagina dopo pagina, nel ritmo incalzante della narrazione, si scopre che la “notte” non indica un momento della giornata né quel vago sentimento di paura che talvolta coglie i bambini e i ragazzi durante la crescita.
La “notte” ha un volto preciso, è un insieme di eventi che oggi vengono ricordati come tragedia delle Foibe.

10 febbraio: Giorno del Ricordo



Tra il settembre del 1943 e la primavera del 1945, nei territori della Venezia Giulia occupati dal Movimento Popolare di liberazione Jugoslavo del maresciallo Tito, migliaia di uomini e donne scomparvero nelle foibe, le cavità naturali che si aprono nel Carso. Gli eccidi colpirono soprattutto la popolazione italiana di quelle zone e, in misura minore, anche sloveni e croati. 
Inoltre, ben trecentocinquantamila furono gli esuli che si dovettero allontanare dall'Istria e dalla Dalmazia per sfuggire alle rappresaglie.
In memoria delle vittime delle foibe in Italia il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, istituito con una legge del marzo 2004.

"Fu una barbarie [...] che assunse i sinistri connotati di  una pulizia etnica"

martedì 6 febbraio 2018

10 Febbraio: Giorno del Ricordo



Il 10 febbraio 1947 fu stipulato il trattato di pace con cui l'Italia perdette vari territori dell'Istria e della Dalmazia. Da quel momento cominciò la slavizzazione degli ex territori italiani. Molti nostri connazionali, che non vollero slavizzarsi o che vennero considerati fascisti dal generale Tito, furono infoibati, molti altri scapparono, stipando le loro masserizie nel magazzino 18 del porto vecchio di Trieste.
Noi ragazzi della I AL, per ricordare la tragedia di quelle persone, abbiamo deciso di realizzare "un magazzino di carta".
Ognuno di noi ha creato su un cartoncino un possibile oggetto abbandonato dai profughi, scrivendoci anche delle impressioni, poi lo abbiamo attaccato, in ordine sparso, su un cartellone, realizzato sulla carta da pacchi, che spiega brevemente la storia del magazzino 18.

E' triste che questa storia venga affrontata solo da pochi anni, ma l'importante è che almeno ora si ricordi e le si dia lo spazio che merita.

domenica 28 febbraio 2016

Per ricordare: Foiba di Basovizza


Il termine italiano foiba deriva dal latino fovea, abisso. Si tratta di voragini scavate per erosione idrica che hanno la forma di un imbuto rovesciato, con una piccola apertura sul terreno e una profondità di circa 200 metri. La formazione della foiba è dovuta all'adeguamento del terreno  composto da rocce ad alto contenuto di carbonato di calcio che, attraverso gli agenti atmosferici tra i quali pioggia e corsi d'acqua sotterranei, permettono la fusione di doline che ingrandendosi e fondendosi vanno a creare la foiba. Per foiba però si intende anche il luogo che diede la morte a molti italiani che vivevano nei territori che, che alla fine della Seconda Guerra Mondiale, diventarono interamente slavi.
La foiba di Basovizza si trova a Trieste nella zona nord-est dell'altopiano del Carso (377 metri di altitudine). 
E' profonda 256 metri; in origine questa foiba era un pozzo minerario, scavato all'inizio del XX secolo, per l'estrazione del carbone, poi fu abbandonato per la sua improduttività.
L'8 settembre del 1943 i partigiani di Tito iniziarono a infoibare alcuni italiani che abitavano nella zona giuliano-dalmata. Le vittime erano  civili, militari, carabinieri, finanzieri, agenti di polizia e di custodia carceraria.  Furono infoibati anche tedeschi e sloveni anticomunisti. 
Nella foiba di Basovizza morirono migliaia di persone. Le vittime venivano divise a gruppi poi venivano legate, tra loro,  con il filo di ferro, venivano messi sul bordo della foiba, poi venivano mitragliati i primi della fila che cadendo nella buca trascinavano con sé tutti gli altri, che trovavano così una morte più lenta.
La pulizia etnica nei confronti degli italiani, da parte di Tito, finì nel 1954. Molti italiani che vivano in Istria e Dalmazia se ne andarono, per non rischiare di essere infoibati, o per non ripudiare la propria italianità: iniziò così un esodo verso l'Italia e non solo.
Ancora oggi nel Porto Vecchio di Trieste esiste il magazzino 18 nel quale i giuliano-dalmati stiparono le loro cose (mobili e masserizie varie) credendo di poterle andare a riprendere in tempi migliori.
 Nel 1980 il pozzo di Basovizza e la foiba n. 149 vennero riconosciuti monumenti di interesse nazionale. La foiba di Basovizza fu dichiarata monumento nazionale nel 1992.

Buoso Stefania (III A) e Valente Laura  (IIIB)

mercoledì 20 gennaio 2016

Goal!



Umberto Saba scrisse diverse poesie dedicate al calcio, di cui la più famosa è sicuramente "Goal" del 1933. Originario di Trieste, Saba amava moltissimo la squadra della sua città: la Triestina. 

In questa poesia Saba opera come se fosse un regista televisivo che in momenti diversi fotografa le tre realtà sul campo di calcio nel momento del goal.

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.


Questa prima strofa descrive il momento subito dopo il goal. "La telecamera" si sofferma sul portiere battuto, vanamente consolato dal compagno. Il primo piano è sulle lacrime del portiere, e la sua sofferenza è sottolineata dalla sinestesia, che è nel contempo un ossimoro "amara luce".


La folla-unita ebbrezza-par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.


Questa volta l'occhio del poeta si rivolge all'entusiasmo dei tifosi, che sono "diventati", attraverso una metafora, un liquido che par trabocchi, ebbri di gioia.

Saba poi rivolge il suo sguardo all'abbraccio dei compagni al giocatore che ha segnato, alla bellezza del calcio, al senso di festa e di appartenenza. Il poeta conclude la sestina con un'iperbole, un'esagerazione (Pochi momenti come questo belli,/a quanti l'odio consuma e l'amore,/è dato, sotto il cielo, di vedere).

Presso la rete inviolata il portiere
l'altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano .
Della festa – egli dice – anch'io son parte.


Lo sguardo è dedicato al portiere della squadra che ha segnato, colto nella sua felicità, contrapposta al dolore dell'altro portiere. Lui è lontano dall'azione vincente, eppure il suo spirito è molto vicino e gioisce. Questa felicità è ben resa dalla personificazione della gioia, che fa una capriola.


Stoppa Nicolò, Timis Claudio, Padovese Sofia, Biasia Alex (IIIB)