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mercoledì 19 febbraio 2020

Robert Capa (1913 Budapest – 1955 Thai Binh)


Il vero nome di Robert Capa era Endre Ernő Friedmann. 
Internazionalmente riconosciuto come il più grande fotografo di guerra, Robert Capa è diventato celebre per il suo stile di vita non meno che per il suo talento. Avventuroso e professionale, impegnato e ironico, pronto a tuffarsi in nuove storie e reportage. Soprattutto, pronto sempre ad avvicinarsi il più possibile al soggetto per scattare una buona fotografia.
Le sue immagini della guerra civile in Spagna e dello sbarco alleato in Normandia sono celebri. Corrispondente delle grandi riviste illustrate, come LIFE, Collier o Holiday, ha seguito tutti i conflitti, in Cina, in Israele e in Indocina, dove è morto tragicamente nel 1954 saltando su una mina. (da FotoNote - Contrasto)

venerdì 14 febbraio 2020

Fotografia: Miliziano colpito a morte – Robert Capa



Un uomo muore, colpito da un proiettile esploso da un nemico invisibile. Non è un soldato, non indossa una divisa ma abiti civili. Impugna un fucile. L’uomo è un miliziano, combatte per la Repubblica di Spagna contro le truppe nazionaliste guidate da Francisco Franco. E’ il settembre del 1936, è da poco scoppiata la Guerra Civile Spagnola. Il protagonista è l’anarchico “Taino” Federico Borell García, caduto a Cerro Muriano, 20 chilometri a nord di Cordova. Si dice che lo scatto sia stato realizzato, sollevando la macchina senza guardare, da una trincea…  insomma l’immagine simbolo della Guerra Civile Spagnola sarebbe il frutto del caso, un capriccio del destino. In molti pensano in realtà che la foto non sia stata scattata da Endre Ernő Friedmann ma da Gerda Taro. Secondo gli esperti infatti le caratteristiche della foto non sarebbero compatibili con la macchina di Endre, una Leica, ma rimanderebbero a una Rolleiflex: il tipo di apparecchio utilizzato da Gerda Taro.

da Le 100 immagini che hanno cambiato il mondo

mercoledì 8 gennaio 2020

La storia di Lea e Denise


La storia di Denise inizia a Milano, dove si trasferiscono il padre Carlo Cosco e la madre Lea Garofalo.

Lea rimase incinta di Denise a diciassette anni.
Carlo aveva deciso di trasferirsi a Milano, per gestire un traffico di droga... 
Lea capisce che quello non era l'ambiente dove voleva far crescere sua figlia.
Prima che Carlo venisse arrestato Lea dichiarò al marito il desiderio di andarsene, lui diventò furioso e iniziò a insultarla e a picchiarla. Carlo decise che la moglie sarebbe dovuta morire. 
Lea diventò una testimone di giustizia: iniziò così la sua fuga con Denise, che allora aveva quattro anni.
Un giorno però Lea decide di fidarsi del padre di Denise, per chiedergli dei soldi per far studiare la figlia e garantirle così un buon futuro.
Lea e Carlo si incontrano.
Carlo fa uccidere Lea e fa sciogliere il suo cadavere nell'acido: il corpo venne trovato un anno dopo.
Denise testimoniò contro suo padre: lui venne condannato all'ergastolo.
La ragazza entrò in un programma di protezione.
Nel 2013 si svolsero i funerali di Lea a Milano, dove è sepolta.
Denise salutò la madre in diretta telefonica, dicendo: " Se è successo tutto questo [...] è stato per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao Mamma"

Silvia Fantinello e Mohamed Mtira (IIIAL)

martedì 7 gennaio 2020

Franca Viola: "Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare"

nata ad Alcamo il 9 gennaio 1948

Franca ha sempre descritto il gesto eroico con il quale rifiutò di sposare l'uomo che l'aveva rapita come una vicenda normale, come una cosa che andava semplicemente fatta.
Lei è stata la prima donna italiana a rifiutare il cosiddetto "matrimonio riparatore", in un mondo nel quale era considerato un diritto dell'uomo rapire, violentare una donna e poi "riparare" sposandola.
Solo 50 anni fa in Italia le donne subivano soprusi come questo.

A quindici anni Franca si fidanzò con Filippo Melodia, nipote di un potente boss mafioso. Quando il ragazzo venne arrestato, lei lo lasciò.
Filippo, tornato in libertà, decise di rapirla e le usò violenza.
Franca denunciò lo stupratore e Filippo finì in carcere per violenza carnale.
Dopo quella sentenza le donne italiane cominciarono ad ottenere giustizia per questo tipo di reato.

Gioia Abigail Zia e Lodovico Vio (IIIAL)


Teresa Mattei: "La cosa più importante della nostra vita è scegliere da che parte stare"

Genova, 1 febbraio 1921 – Usigliano, 12 marzo 2013

Aveva poco più di vent'anni quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne una combattente partigiana, prima come staffetta poi come comandante di compagnia.
Il suo nome di battaglia era "Chicchi".
Il padre era avvocato e dirigente di un partito di opposizione al fascismo, la madre era una linguista e il fratello un docente di chimica, iscritto al Partito Comunista Italiano.
Teresa era stata educata all'antifascismo e al libero pensiero.
Il suo primo grande dolore fu la morte del fratello, ucciso dai Nazisti.
Dopo la guerra, nel 1946 Teresa fu chiamata a partecipare all'Assemblea Costituente, che doveva dare vita alla nascente Costituzione. Al tempo aveva 25 anni.
Ancora oggi Teresa viene riconosciuta come la madre dell'articolo 3 della Costituzione, che afferma l'uguaglianza tra gli uomini.
Fu lei a suggerire la mimosa come simbolo della festa delle donne.
Nel 1947 rimase incinta di un uomo già sposato, lui voleva farla abortire; lei rifiutò e si proclamò "rappresentante nelle istituzioni delle ragazze madri".
Teresa se ne andò dal PCI, per dissenso con la linea politica del partito, che lei riteneva succube del Partito Comunista Sovietico.

Irene Dal Tin e Manuel Roman (IIIAL)

lunedì 23 settembre 2019

Tahar Ben Jelloun: “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo.”


È uno scrittore, poeta e saggista marocchino nato a Fes il I dicembre del 1944 da una famiglia benestante di etnia berbera. Si trasferisce a Tangeri, dove frequenta il liceo francese, e poi a Rabat. Qui si iscrive all'università laureandosi in filosofia.
Intorno ai primi anni ’60 Ben Jelloun inizia la sua carriera di scrittore partecipando attivamente alla stesura della rivista Souffles che è diventata uno dei movimenti letterari più importanti del Nord-Africa.
In patria, ha svolto per diversi anni il ruolo di docente di filosofia, ma a causa dell’arabizzazione dell’insegnamento (e non essendo abilitato alla pedagogia in lingua araba), nel 1971 emigra a Parigi, e tre anni dopo consegue un dottorato in psichiatria sociale. Nel frattempo ha continuato a scrivere, sempre in francese, collaborando col quotidiano Le Monde.
Ben Jelloun è noto soprattutto per i suoi scritti sull'immigrazione e il razzismo, in particolare per Il razzismo spiegato a mia figlia.

IIIAL

giovedì 28 febbraio 2019

Docufilm e libro: "La voce di Impastato" di Ivan Vadori


Il 9 maggio del 1978 venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, lo statista rapito dalle Brigate Rosse nel marzo del 1978. La notizia oscurò completamente l’assassinio dell’attivista siciliano Giuseppe Impastato, ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio su ordine – come ora sappiamo - del boss Gaetano Badalamenti. Il suo cadavere fu imbottito di tritolo e fatto saltare sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani, per simulare un incidente nella preparazione di un attentato. 
Solo grazie all'impegno della madre di Peppino, la signora Felicia, e del fratello Giovanni – con il sostegno del Centro siciliano di documentazione di Umberto Santino e Anna Puglisi - fu svelata la matrice mafiosa dell’omicidio, riconosciuta anni più tardi anche dal tribunale di Palermo. 
Dal docufilm del 2013, è nato nel 2018 il libro La voce di Impastato, pubblicato da Nuova Dimensione Editore, che traccia il percorso d’inchiesta del giornalista Ivan Vadori, da Peppino Impastato a Mafia Capitale: sei anni di interviste ad alcuni tra i principali protagonisti dell’antimafia italiana.

martedì 12 febbraio 2019

Giorgio Perlasca (1910-1992): "Io credo di aver fatto qualcosa di normale... "


Giorgio Perlasca nacque a Como il 31 gennaio 1910. Dopo qualche mese, la sua famiglia si trasferì a Maserà, in provincia di Padova per motivi di lavoro.
Negli anni Venti aderì al Fascismo e partì come volontario per l'Africa orientale e per la Spagna.
Tornato in Italia, prese le distanze dal Fascismo: non approvava, infatti, le leggi razziali entrate in vigore nel 1938, né l'alleanza con la Germania nazista.
Durante la seconda guerra mondiale, venne mandato come diplomatico nei Paesi dell'Est per comprare carne per l'esercito italiano.
Nel 1943 si rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e venne quindi imprigionato in Ungheria, in un castello riservato ai diplomatici.
Quando i tedeschi presero il potere, Perlasca riuscì a fuggire, si nascose presso conoscenti e poi trovò rifugio presso l'Ambasciata spagnola. Ottenne il passaporto spagnolo (con il nome di Jorge Perlasca) e cominciò a collaborare con l'ambasciatore Sanz Briz. Insieme cominciarono a consegnare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica dalla deportazione dei campi di sterminio
Quando l'ambasciatore lasciò Budapest per tornare in Spagna, Perlasca si finse il nuovo diplomatico e riuscì a salvare e proteggere 5.218 Ebrei ungheresi.
Dopo l'entrata in Budapest dell'Armata Rossa, Giorgio Perlasca tornò in Italia e tornò alla sua vita, non raccontando a nessuno quello che aveva fatto a Budapest.
Solo negli anni Ottanta, grazie a un gruppo di donne ebree ungheresi che erano vive grazie a Perlasca, il mondo conobbe questa storia e di come, fingendosi un ambasciatore spagnolo, egli era riuscito a salvare oltre 5.000 Ebrei.
Giorgio Perlasca ottenne il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni.
Morì a Maserà il 15 agosto 1992.

Ricerca a cura della IIIAL della Scuola Secondaria di Primo grado “A Fogazzaro” di La Salute di Livenza

Oskar Schindler (1908-1974): chiunque salva una vita, salva il mondo intero



Oskar Schindler nacque il 28 aprile 1908 in Moravia, che a quei tempi apparteneva all'Impero austro-ungarico.
Si diplomò presso un istituto tecnico, ma non riuscì a portare a compimento gli esami per entrare al College.
Si trasferì a Brno e intraprese diversi mestieri tra cui il parrucchiere.
Nel 1928 si sposò con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. Dopo spostato, iniziò a lavorare per la Moravia Electrotechnic e prestò il servizio militare come caporale.
Nel 1931 venne assunto presso la Banca di Praga e qui lavorò per 7 anni. Nel frattempo divenne parte dei servizi segreti nazisti (dal 1936) e per questo venne arrestato e incarcerato per spionaggio dal governo ceco.
Nel 1939 divenne ufficialmente membro del partito nazista e cominciò a lavorare in Polonia. A Cracovia, nel 1942, fu costretto ad assistere con orrore ai rastrellamenti dei ghetti.
Aprì una fabbrica nel campo di concentramento di Plaszow e qui si rese conto della terribile tragedia che si stava compiendo.
Cominciò così a proteggere gli Ebrei che lavoravano nella sua fabbrica e quando fu ordinato di chiudere il campo di Plaszow e di trasferire tutti gli Ebrei ad Auschwitz, utilizzò tutti i suoi beni per salvare la vita a quante più persone possibili, trasferendoli a sue spese a Brunnlitz, una città della Cecoslovacchia, nel 1944.
Grazie a questo riuscì a salvare più di mille Ebrei.
Questa storia venne raccontata in un famoso film di Steven Spielberg: Schindler's list.
A conclusione della guerra, si trasferì con la moglie in Argentina, ma qui perse tutti i suoi soldi.
Tornato in Europa nel 1961, fu accolto con entusiasmo dai sopravvissuti dell'Olocausto in Israele e venne riconosciuto Giusto tra le Nazioni. Nel 1965 ricevette la Croce al Merito.
Morì a causa di un infarto nel 1974.

Ricerca a cura della IIIAL della Scuola Secondaria di Primo grado “A Fogazzaro” di La Salute di Livenza

sabato 9 febbraio 2019

Don Haskins (1930-2008): l'allenatore che cambiò la storia del basket


Qui tratteremo di un texano diverso dagli altri, diverso dagli stereotipi che si hanno, diverso dai pensieri razzisti degli anni '60. Ragazzi, oggi conoscerete Don Haskins, un allenatore controcorrente.

CHI È
Donald Lee Haskins è nato il 14 marzo 1930 ed era originario degli Stati Uniti; è stato l'allenatore di basket dei Miners.
Quest'ultima ha una storia interessante: nata inizialmente come una squadra di bianchi, si è trasformata in una formidabile squadra di afroamericani, vincitrice del NCCA 1966.

LA SUA CARRIERA
La nostra storia incomincia a El Paso, in Texas, dove Haskins viene convocato al Texas Western College, dove gli proposero di allenare il team universitario e lui accettò.
Le sue qualità vennero subito a galla: era duro ed esigente negli allenamenti, una persona che “fuori dal campo era il tuo migliore amico, ma in campo sembrava volerti uccidere”, tanto che verrà soprannominato “The Bear”. 
Purtroppo non si rivelò un grande affare e decise di rimpiazzare alcuni giocatori con dei ragazzi di colore, soprannominati coloured. La sua ricerca di talenti si espanse su tutto il territorio americano, arrivando a sostituire ben 7 giocatori.
Incominciò così la corsa verso la finale del 19 marzo 1966 contro i Wildcats, provenienti dal Kentucky. Don quel giorno disse ai ragazzi: “Io sono stufo e ho preso una decisione [...]. Cinque in campo, due cambi, quaranta minuti di gioco, farò giocare soltanto i sette giocatori neri nella finale.” La squadra trionfò strepitosamente, sotto gli occhi increduli del pubblico.

L'EREDITÀ
Grazie a quella vittoria venne rivoluzionato il mondo del basket, trasformandolo in quello che vediamo oggi, dove ben ¾ degli atleti è di origine afroamericana. 
I Miners sono stati inseriti nella “Hall of Fame” nel 2007.
Haskins continuò la sua carriera; la sua frase più celebre è: “Io non ho fatto niente di strano: quel giorno misi in campo semplicemente i migliori giocatori della squadra. E risultò che erano tutti neri.” Ci lasciò l'8 settembre 2008, all'età di 78 anni.

Ricerca a cura della IIIC 

Sadako Sasaki 佐々木貞子 (1943-1955): le gru contro la guerra


BIOGRAFIA
-nata a Hiroshima il 7 gennaio 1943, in una famiglia comune, la casa si trovava a poco meno di 2 km dall'esplosione.
-6 agosto 1945 gli USA sganciano la bomba atomica, colpendo la sua casa. Sadako e sua madre però riescono a sopravvivere.
-Sadako nonostante le radiazioni a cui è stata esposta cresce in salute.
-novembre 1954, partecipa ad una gara di corsa durante la quale sviene; viene portata in ospedale.
-21 febbraio 1955 viene ricoverata e le viene diagnosticata una grave leucemia. Le rimanevano 14 mesi di vita.

SADAKO NON SI ARRENDE
Nel frattempo Chihuko Hamamoto, la sua migliore amica, le raccontò una leggenda, la quale sosteneva che se si realizzavano 1000 gru di carta si poteva esprimere un desiderio. In quei mesi Sadako costruì molte gru: alcuni ne affermano 1300, altri 644.

LA FINE
Il suo desiderio fu però infranto il 25 ottobre 1955 quando morì a soli dodici anni a causa della sua malattia.
Nel 1958 in suo onore nel parco memoriale di Hiroshima fu costruita una statua di Sadako, raffigurata mentre tendeva al cielo una gru d'oro.

LE GRU CONTRO LA GUERRA
Nonostante il passare degli anni la statua, ancora oggi, è rimasta simbolo della pace contro la guerra. Ogni anno viene adornata con migliaia di corone di mille gru, per ricordare il terribile accaduto.
La storia di Sadako è ricordata in molti libri e film nei quali viene citato un pezzo di un suo componimento: “Scriverò pace sulle tue ali, intorno al mondo volerai perché i bambini non muoiano più così”.

Ricerca a cura della IIIC 

Padre Giorgio Zulianello (1944-2007): una vita per gli ultimi degli ultimi


Biografia
Padre Giorgio Zulianello è nato il 14 marzo del 1944 a S. Stino di Livenza.
Da giovane entrò a far parte del seminario francescano e in seguito diventò frate cappuccino.
Successivamente il Patriarca di Venezia A. Luciani gli diede la consacrazione sacerdotale.

La sua missione
Operò durante molte guerre civili rischiando più volte la vita per salvare i bambini con un futuro incerto, accogliendoli a casa sua. Nei suoi ultimi anni di vita, padre Giorgio ha realizzato un centro di accoglienza in Angola per i ragazzi emarginati inoltre ha costruito una falegnameria e un'officina. 
Il suo intento era offrire ai ragazzi un futuro migliore.
Padre Giorgio è morto all'età di 63 anni il 28 giugno 2007 in un incidente aereo.

Gli ultimi degli ultimi
I ragazzi difesi da Padre Giorgio Zulianello sono i ragazzi con la sindrome di albinismo, considerati una punizione divina per i genitori, grazie a Padre Giorgio hanno trovato una casa dove vivere.
I medici stregoni in Africa sostengono di poter creare talismani e bevande magiche per portare salute e prosperità con le parti del corpo di persone albine, per cui si è creato un mercato nero di parti del corpo delle persone affette da questa malattia.

Il centro per gli orfani “Frei Jorge Zulianello”
Il centro è stato fondato da Padre Giorgio per accogliere i giovani ex-fetizeiros, accusati di stregoneria e torturati da parte dei familiari. I ragazzi considerarono Padre Giorgio un padre e una madre diventando per loro l'angelo custode dei bambini abbandonati. Per le ragazze si pensa di aprire un centro proprio adatto alle loro esigenze.


Ricerca a cura della IIIC 

Tregua di Natale (1914): "Cessate il fuoco!"


Durante il Natale del 1914 i soldati inglesi e tedeschi uscirono dalle trincee per celebrare la festa concedendosi una pausa, perciò cessarono il fuoco contro i nemici.
A prendere questa iniziativa non furono gli ufficiali, ma i soldati che disobbedirono agli ordini dei superiori scavalcando le trincee e andando dagli avversari per festeggiare il Natale e per scambiarsi gli auguri di buone feste.
Questa rischiosa iniziativa ha dimostrato che i soldati nelle trincee non volevano la guerra e che avevano scelto la via della pace e della fratellanza.

All'inizio del giorno di Natale si smise di sentire il rombo dei cannoni proveniente dalle piazzole di artiglieria, infatti si levarono dai ripari dei soldati canti natalizi.
Durante i festeggiamenti uno spericolato soldato tedesco corse attraverso la terra di nessuno per andare alle trincee inglesi a festeggiare. Dopo di lui fecero lo stesso altri soldati tedeschi. Inglesi e tedeschi durante questa ricorrenza cessarono il fuoco su numerosi fronti, raccolsero e seppellirono i cadaveri, si scambiarono doni e auguri.  
La tregua durò due giorni, dopo di che ricominciò la guerra e i soldati che presero la lieta iniziativa ne subirono le conseguenze (fucilazioni e corte marziale).

Queste vicende hanno trasmesso un messaggio di fratellanza tra gli uomini che ha ispirato numerosi film libri e canzoni, i più noti esempi sono:
“La tregua del Natale-lettere del fronte” di Ebbe Pierini
“Una verità dimenticata – Joyeux Noel” di Christian Carion
il videoclip del brano” Sono più sereno” del gruppo Le vibrazioni

Frase di soldato ignoto diventata famosa è:
Non avrei perso l'esperienza di ieri neanche per la cena di Natale più bella in Inghilterra!

Ricerca a cura della IIIC

Iqbal Masih (1983-1995): “nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”


IL SUO INIZIO

Iqbal Masih nacque nel 1983 a Murdike, in Pakistan, in una famiglia molto povera. A 5 anni fu ceduto da suo padre ad un fabbricante di tappeti perché doveva saldare un debito, quindi fu costretto a lavorare molte ore al giorno incatenato al telaio e sotto nutrito.
Nel 1992 riuscì a scappare e partecipò ad una manifestazione insieme ad altri bambini.

LA RIBELLIONE

Quando ritornò in fabbrica, si rifiutò di lavorare anche se il padrone aveva aumentato il salario e la dose di cibo giornaliera. La famiglia dovette abbandonare il villaggio a causa delle minacce, Iqbal fu ospitato in un villaggio in cui ricominciò a studiare.
Anche se aveva iniziato a mangiare e a prendersi cura della sua persona, le sue condizioni vitali rimasero comunque precarie: all'età di 10 anni aveva la struttura fisica di un bambino di 6.

LA SUA VOCE NEL MONDO

Dal 1993, Iqbal, iniziò a farsi conoscere viaggiando e partecipando a conferenze internazionali per sensibilizzare sempre più persone riguardo i diritti negati ai bambini in Pakistan.
Nel dicembre del 1994 si recò a Boston per ricevere un premio ottenuto partecipando a una campagna di boicottaggio dei tappeti pakistani, consistente in 15mila dollari che devolse per finanziare una scuola pakistana.
Nello stesso periodo in una conferenza a Stoccolma dichiarò:
“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite.” Dopo di ciò ricevette anche una borsa di studio ma la rifiutò perché voleva rimanere in Pakistan per portare avanti la sua campagna.
Nel 1995 a Lahore, partecipò a una conferenza contro la schiavitù dei bambini, in seguito il governo pakistano iniziò a chiudere decine di fabbriche di tappeti, salvando circa 3mila piccoli schiavi dalla loro condizione.
“Da grande” diceva Iqbal “voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”.

LA SUA MORTE

Non ne ha avuto il tempo perché il 16 aprile 1995, alla giovane età di 12 anni, fu assassinato.
La sua famiglia era cristiana, così nel giorno di Pasqua andarono in chiesa per partecipare alla messa. Gli avvenimenti sono molto confusi e imprecisi, però le testimonianze date dai cugini riferiscono che nel tardo pomeriggio si allontanò con loro in bicicletta perché perse l'autobus che doveva portarlo alla capitale.
A seguito della deposizione data dai cugini, dove uno di loro rimase ferito nella sparatoria in cui Iqbal fu ucciso, secondo un rapporto della polizia l'assassino era un lavoratore agricolo che in precedenza aveva avuto una lite con Iqbal. Molti invece attribuirono la causa della sua morte alla “mafia dei tappeti”, ancora oggi rimangono diversi dubbi sull'accaduto.

IL LASCITO

A seguito della sua morte ci fu maggior attenzione verso lo sfruttamento e il lavoro minorile.
Nel 2000, inoltre, fu il primo a ricevere il “World's Children's Prize”.

RICONOSCIMENTI

Molti edifici sono stati dedicati al bambino più coraggioso di tutti, il bambino che salvò molti minori dallo sfruttamento in molti paesi del mondo.
A questo ragazzo vennero dedicate molte scuole, parchi ed edifici vari tra cui il parco “Iqbal Masih” di via Buozzi proprio qui a S.Stino di Livenza inaugurato nell'ormai lontano 2006 con un concorso di nome “Chi non è come te”, un concorso che aveva avuto come partecipanti tutte le scuole del comune di S.Stino di Livenza.

Ricerca a cura  della IIIC 

mercoledì 6 febbraio 2019

Liliana Segre:"L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa"



Liliana Segre è nata a Milano nel 1930, in una famiglia ebraica. Da piccola viene espulsa dalla scuola a soli otto anni, a seguito dell'intensificarsi delle leggi razziali in Italia. Nel 1943 la famiglia cerca di sfuggire in Svizzera, ma viene respinta dalle guardie di frontiera: il giorno dopo lei e il padre vengono arrestati in provincia di Varese. A soli 13 anni, Liliana Segre viene internata nel campo di concentramento di Auschwitz - Birkenau, dove ha perso il padre e i nonni paterni e dal quale verrà liberata nel 1945. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati a Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti. Per molto tempo non ha voluto parlare della propria esperienza, poi nel 1990, ha cominciato a girare per le scuole a raccontare quegli anni terribili. Nel 2004 è stata insignita del titolo di Commendatore della Repubblica, su iniziativa di Carlo Azeglio Ciampi. Tra i libri in cui porta la sua importante testimonianza, ricordiamo Fino a quando la mia stella brillerà, La memoria rende liberi e Scolpitelo nel vostro cuore. È Presidente del comitato per le Pietre d'inciampo - Milano, che raccoglie tutte le associazioni legate alla memoria della Resistenza, delle deportazioni e dell'antifascismo. Nel 2008 ha ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza dall'università degli Studi di Trieste e nel 2010 quella in Scienze pedagogiche dall'università degli Studi di Verona. Nel 2018 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica  Mattarella per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.
Ecco un breve estratto del suo discorso in occasione della nomina: «Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l'indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare»

venerdì 1 febbraio 2019

Martin Luther King Jr. (1929-1968): “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.”


Biografia
Martin Luther King nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta in Georgia, uno Stato degli USA. 
I suoi antenati erano schiavi deportati in America. 
Fin da bambino, si trova a vivere in una società razzista. 

La società americana
A soli 5 anni, sperimenta sulla sua pelle una società ancora impregnata di razzismo. La madre di un amico di Martin, gli impedisce di giocare con lui “perché nero”. 
Quando ha 8 anni, la sua cantante preferite, Bessie Smith, muore dissanguata, dopo essere stata ferita, perché rifiutata da ospedali bianchi. 

Gli studi
Studia giurisprudenza nel Morehouse College di Atlanta (università per sole persone di colore).
Dopo qualche anno diventa pastore protestante e studia teologia. 
Nel 1952, a soli 22 anni, tiene la sua prima predicazione nella chiesa battista di Atlanta.
Nel 1953 si laurea a Boston e si sposa con Coretta Scott.   

L'esempio di Gandhi
Negli anni degli studi, conosce la figura di Gandhi e ne rimane affascinato, soprattutto dei principi della lotta non-violenta. 

Inizia la protesta
Nel 1954 si trasferisce con la moglie a Montgomery in Alabama. 
Proprio qui il 10 dicembre 1955 scocca la scintilla della protesta. Un’impiegata di colore, Rosa Parks, si rifiuta di cedere il suo posto in autobus ad alcuni viaggiatori bianchi. Per questo viene arrestata e portata in carcere. La notizia si diffonde rapidamente, gli esponenti e i pastori della comunità nera si riuniscono e propongono ai neri di non prendere più gli autobus. Martin Luther King è eletto capo del movimento. 
La protesta dura 382 giorni e il movimento ottiene la sua prima vittoria: l’abolizione della segregazione sui mezzi pubblici di trasporto.
La reazione dei bianchi è però violenta: Martin viene minacciato e arrestato. 
Il 30 giugno 1955 la sua casa viene distrutta da un attentato dinamitardo: la moglie e la figlia restano illese per miracolo.
Martin non si arrende, partecipa a manifestazioni e raduni per i diritti e viene più volte arrestato.   
La protesta si estende  
17 maggio 1957: a Washington per il pieno diritto di voto alle persone di colore. 
Martin continua a proporre il metodo della non violenza. 
Nel 1963 la protesta non violenta dilaga ormai in 800 città. Viene dichiarata illegale la segregazione nei negozi e nei luoghi pubblici e decreta l’assunzione al lavoro per bianchi e eri su basi egualitarie. 

I have a dream
28 agosto 1963: 250mila persone arrivano a Washington per chiedere l’approvazione della parità sui diritti civili per bianchi e neri. Le telecamere inquadrano una marea di bianchi e neri che cantano e pregano intorno al monumento di Lincoln. 
Qui Martin Luther King pronuncia il suo discorso più famoso ricordato come I have a dream. 

Il Nobel e la morte
Il 10 febbraio 1964 viene approvata la legge per i diritti civili. 
Nello stesso anno Martin Luther King riceve il Premio Nobel per la pace. 
La sua battaglia continua: organizza marce spettacolari in molte città degli Stati Uniti, come quella di Selma.  
Il 4 aprile 1968 Martin Luther King è assassinato mentre si trova in una terrazza dell’Hotel Lorraine per una riunione con gli altri leader del movimento per i diritti delle persone di colore. Aveva solo 39 anni.
Ma grazie al suo esempio le persone di colore sono riuscite ad ottenere i diritti civili. Attualmente il Presidente degli USA è afroamericano. Martin Luther King con il suo esempio è riuscito a cambiare le regole della società americana senza violenze.     
Al suo funerale si incontrano migliaia di persone di ogni ceto e razza. Il rito è celebrato dal padre, che fa ascoltare le parole del figlio registrate durante un sermone.

Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale. E se incaricherete qualcuno di pronunciare un'orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio premio Nobel, perché non ha importanza... Dica che una voce gridò nel deserto per la giustizia. Dica che ho tentato di spendere la mia vita per vestire gli ignudi, per nutrire gli affamati, che ho tentato di amare e servire l'umanità.


Ricerca a cura della IIIAL 

Mahatma Gandhi (1869-1948): "Sii il cambiamento che vorresti vedere avvenire nel mondo."


BIOGRAFIA
1869: Mohandas Karamchard Gandhi nasce a Portbandar in India. 
La sua è una famiglia nobile: il padre è Primo ministro di Rajkot e Gandhi riesce così ad avere un'istruzione di ottimo livello. 
Si trasferisce a Londra dove si laurea in giurisprudenza. 
1894: si trasferisce in Sudafrica per svolgere la professione di avvocato e qui rimane per 21 anni fino al 1915. 
Qui si scontra con una realtà fatta di discriminazione razziale e inizia la sua lotta politica. Riesce a ottenere importanti riforme. 
1915: torna in India, dove trova uno grande scontento. 
1919: dà inizio alla prima rivolta non violenta contro gli inglesi e per questo viene processato e arrestato. Liberato, continua la sua protesta.  
1930: “marcia del sale”, protesta di cui parlerà tutto il mondo. 
1947: viene proclamata l’indipendenza dell’India, ma il Pakistan diventa uno Stato autonomo. 
30 gennaio 1948: viene assassinato da un fanatico indù.  

LA NON VIOLENZA
Gandhi realizza la sua opposizione al potere britannico attraverso la disobbedienza civile. Come egli stesso era solito dichiarare, si deve attuare “una disobbedienza civile, assai dolce, umile, saggia, astuta, ma affettuosa”, mai criminale né brutale.
Riesce ad ottenere l’indipendenza dell’India attraverso questa originale forma di lotta politica, la non violenza: ogni realtà vivente merita rispetto e opporsi alle ingiustizie in modo pacifico è l’arma migliore per affermare la “forza della verità” e smuovere le coscienze. 
Tra il 1919 e il 1942 egli organizza diverse campagne di disobbedienza civile, basate sul rifiuto di rispettare leggi considerate ingiuste e di collaborare con i dominatori inglesi in qualunque campo. 


Ricerca a cura della IIIAL 

mercoledì 30 gennaio 2019

LIBRO: LE 100 IMMAGINI CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO di Margherita Giacosa, Roberto Mottadelli, Gianni Morelli



Esistono fotografie in grado di toccarci il cuore, di farci emozionare, indignare. Foto che ci rendono fieri o che ci riempiono di vergogna. Foto che raccontano la storia, le persone, le sofferenze, le speranze. Fotografie che non hanno bisogno di descrizioni o di parole e che, semplicemente con quello che sono, sono in grado di raccontarci qualcosa. Fotografie che hanno fatto la storia, fotografie che hanno cambiato il mondo. Fotografie che hanno cambiato anche noi e che hanno permesso, in molti casi, di far vedere a tutti ciò di cui l’uomo è capace, nel male e nel bene.

Fotografie come questa, scattata il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial, di Washington DC (USA), dove Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso I have a dream.


“io ho un sogno: che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del carattere”

Nonostante il successo della marcia per i diritti civili e le nuove leggi federali, il sogno di King rimase tale per molti anni: il clima di violenza razziale durò a lungo negli Stati del Sud e lo stesso Martin Luther King, nel 1968, venne assassinato.

lunedì 21 gennaio 2019

Ruby Nell Bridges (1954): "Non seguire un sentiero già tracciato. Vai dove un sentiero non c'è e comincia a tracciarne uno nuovo"


C’era una volta una bambina incredibilmente coraggiosa che si chiamava Ruby e viveva a New Orleans. Tutte le mattine Ruby doveva fare chilometri a piedi per arrivare a scuola, nonostante ce ne fosse una proprio vicino a casa sua. Quella scuola, però era riservata ai bianchi, e Ruby era nera. “Non potete impedire a mia figlia di frequentare una scuola per il colore della sua pelle” disse la madre di Ruby. È sbagliato. Ed è contro la legge.”
Anche se i membri del consiglio scolastico non volevano ammetterlo, sapevano che la madre di Ruby aveva ragione. Così fecero fare alla bambina un esame di ammissione molto difficile, sperando che non lo superasse. Solo che Ruby non era solo coraggiosa: era anche intelligente, e passò l’esame a pieni voti.
La piccola era entusiasta di andare nella nuova scuola, ma il primo giorno, al loro arrivo, lei e sua madre trovarono una folla di persone arrabbiate che urlavano slogan razzisti davanti al cancello. “Non avevo la minima idea di cosa stesse succedendo. Credevo fosse carnevale” ricordò poi. Allora aveva solo sei anni.
Tutti i giorni, Ruby andava a scuola accompagnata da quattro agenti federali, che avevano il compito di proteggerla. Lo spettacolo di quella bimbetta affiancata dalle sue grosse guardie del corpo ispirò all'artista Norman Rockwell un celebre quadro intitolato The Problem We All Live With (Il problema con cui tutti noi conviviamo).
Oggi Ruby è una donna adulta e una brillante attivista per i diritti civili. È stata persino alla Casa Bianca per incontrare il presidente Barack Obama, e insieme a lui ha ammirato il dipinto di Rockwell che era appeso fuori dallo Studio Ovale. “Non dovremmo mai guardare una persona e giudicarla per il colore della sua pelle” ha detto Ruby. “Io l’ho imparato in prima elementare”.


biografia tratta da Storie della buonanotte per bambine ribelli 2 di Elena Favilli e Francesca Cavallo

giovedì 17 gennaio 2019

Rigoberta Menchù Tum (1959): "Sono come una goccia d'acqua su una roccia. A forza di cadere nello stesso punto, comincio a lasciare il segno, e il mio segno lo lascio nel cuore di molti"


C’era una volta una bambina alla quale dissero che non contava niente. Viveva tra le montagne del Guatemala, ma lei e i suoi familiari dovevano lavorare nelle valli raccogliendo i chicchi di caffè. I proprietari delle piantagioni li facevano faticare e li picchiavano se non erano abbastanza veloci nella raccolta. I lavoratori erano trattati come schiavi e pagati pochissimo. “La tua vita non vale un sacco di chicchi” le dicevano i suoi capi. “Mi chiamo Rigoberta” replicava lei, “e la mia vita vale quanto la vostra”.
Rigoberta era fiera della sua gente e della sua cultura. I Maya del Guatemala potevano far risalire la loro storia fino ai tempi molto antichi. Avevano avuto una civiltà splendida e ricca. Ma poi erano stati ridotti in povertà, e ormai venivano malmenati e addirittura uccisi dai soldati se solo osavano protestare.
Rigoberta cominciò a lottare per far avere al suo popolo condizioni migliori e uguali diritti. Organizzò scioperi e dimostrazioni. Anche se non sapeva leggere o scrivere, parlava con una tale convinzione che sempre più guatemaltechi aderirono alla sua causa. Molti vennero portati via e uccisi, compresi i genitori e il fratello di Rigoberta. Il governo tentò di farla tacere e i proprietari cercarono di piegarla ma nessuno riuscì a sconfiggere il suo spirito indomito. Lei continuò a raccontare la sua storia: non perché era la sua ma perché era la storia delle popolazioni indigene oppresse di tutto il mondo.
Rigoberta ha svolto un ruolo importante nel porre fine alla guerra civile in Guatemala. Per questo, e per aver passato la vita a sostenere i diritti dei poveri, le è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace.

biografia tratta da Storie della buonanotte per bambine ribelli 2 di Elena Favilli e Francesca Cavallo

Dal 2002 Rigoberta è stata insignita della cittadinanza onoraria di Caorle.